CONDIZIONI PER UN VERO BLOCCO NAVALE DELLE COSTE LIBICHE ANCHE COME ATTO UNILATERALE DELL’ITALIA

Movimento Nazionale per la Sovranità
Conferenza Stampa

L’improvviso voltafaccia del Premier libico Al-Serraj che ha prima chiesto e poi smentito un intervento italiano nelle acque libiche, rischia di mandare in “fuorigioco” tutta la politica estera del nostro Governo.
Dopo aver rifiutato per mesi l’ipotesi di un blocco navale dei porti libici, richiesto con insistenza dal Movimento Nazionale e dalle altre forze sovraniste, il Governo di centrosinistra aveva accolto l’illusorio invito di Al-Serraj come occasione per uscire dall’angolo in cui l’avevano costretto l’accordo tra le fazioni libiche propiziato da Macron, la chiusura delle frontiere da parte di altri paesi europei e la conferma da parte della Corte di Giustizia Ue sulle regole di Dublino sul primo approdo.
La smentita arrivata ieri sera da Al-Serraj, pone ancora con più evidenza la necessità di organizzare un atto unilaterale dell’Italia, costringendo le autorità libiche a uscire da ogni ambiguità.
Dopo il fallimento delle operazioni Mare Sicuro e EUNAVFOR MED che si sono rivelate del tutto inefficaci per fermare i flussi migratori, queste sono le condizioni affinché un intervento militare nelle acque libiche, avallato o meno dalle autorità di questo paese, si trasformi in un efficace blocco navale:

1. Eliminare l’effetto magnete rappresentato dalla presenza di naviglio di vario genere, a cominciare dalle navi delle ONG, pronto a poche miglia dalle acque nazionali libiche e a volte addirittura all’interno delle stesse. Per ottenere questo risultato è necessario impedire alle navi delle ONG non solo di attraccare nei nostri porti ma anche di incrociare a largo delle coste libiche;

2. Utilizzare le risorse nazionali disponibili (la RAI ma anche le esistenti unità specializzate militari) per iniziare una campagna mediatica (Operazione Psicologica), trasmettendo con ogni mezzo verso le coste libiche e nei paesi origine del flusso, messaggi che spieghino le difficoltà ed i rischi della migrazione, l’impossibilità di raggiungere i paesi europei voluti a causa della chiusura delle frontiere, nonché le pessime condizioni di vita nelle quali i clandestini/profughi sono costretti a vivere in Italia.

3. Impiegare il complesso navale e aereo messo a disposizione dall’Operazione Mare Sicuro e dall’Operazione EUNAVFOR MED, per individuare e intercettare i trafficanti di esseri umani col loro carico impedendogli di entrare nelle acque territoriali italiane. Analogamente, tale complesso di forze dovrà interdire alle navi delle ONG l’accesso ai porti italiani, reindirizzandole ai paesi di cui battono bandiera.

4. Negoziare accordi con fazioni libiche disponibili all’attivazione di terminali di sbarco nei territori da loro controllati; in attesa di tale accordo, si dovrà inizialmente ottenere l’autorizzazione all’impiego del porto di Tripoli e dei porti della Tripolitania, almeno “formalmente” sotto controllo del PM Al-Serraj, giungendo finalmente a un chiarimento rispetto alla richiesta del nostro aiuto per fornire supporto ai mezzi della Guardia Costiera locale.
5. Rendere disponibile un complesso di forze militari/di polizia per assicurare il controllo dei tratti di costa utilizzati dai trafficanti, in concorso alle forze libiche, nonché il supporto sul posto ai migranti in afflusso da sud (organizzazione di campi profughi col concorso di ONG italiane). Queste forze dovrebbero essere impiegate in analogia a quanto già attuato vent’anni fa, ai tempi della crisi d’Albania con l’intervento militare multilaterale a terra sotto guida italiana (Tirana, Durazzo, Valona), che svolse al tempo stesso operazioni umanitarie e di polizia bloccando il traffico di droga e di clandestini verso la Puglia e le regioni adriatiche. Ovviamente, le esigenze di sicurezza in Libia sono molto più stringenti di quelle che erano in atto in Albania, per cui il complesso militare/di polizia dovrà essere opportunamente rafforzato dal Ministero della Difesa.
La proposta in questione consiste, in sostanza, nell’applicazione di un blocco navale che, per quanto sia uno strumento previsto dal diritto internazionale bellico, NON avrebbe in questo caso una funzione offensiva/aggressiva nei confronti della Libia ma semplicemente una funzione difensiva nei nostri confronti. Sotto il profilo umanitario, inoltre, l’eliminazione dell’effetto magnete rappresentato dal dispositivo navale delle ONG, porterà nel medio-lungo periodo a una riduzione delle tragedie che hanno portato alla morte decine di migliaia di migranti negli ultimi anni e, in Italia, preverrebbe l’insorgenza di disordini sociali potenzialmente incontrollabili.

Le leggi del mare prevedono misure severissime ed azioni di fatto senza limitazioni nei confronti di imbarcazioni su cui possa esservi il sospetto di pirateria o tratta degli schiavi, fattispecie questa chiaramente rilevabile nel traffico di esseri umani che proprio da lì si opera. Su questi presupposti ogni nave che esca dalle acque libiche può essere preventivamente abbordata e verificata.

I carichi di clandestini possono essere immediatamente riportati ai porti di partenza con i mezzi da sbarco militari di cui la nostra Marina è dotata. I mercanti di uomini possono essere arrestati. Anche nel caso in cui gli scafisti gettino a mare gli imbarcati, a seguito del salvataggio questi possono essere in breve riportati al porto di partenza e le autorità libiche non possono che prenderne atto. Un simile dispositivo bloccherebbe da subito il traffico di uomini ad opera delle organizzazione criminali, costrette a prendere atto dell’impossibilità o quantomeno della non convenienza della tentata operazione.

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